"Moonlight" di Berry Jenkins è il racconto di formazione di un ragazzo omosessuale di colore che vive nella periferia di Miami, suddiviso in tre momenti peculiari della sua vita: infanzia, adolescenza, maturità.
Madre dipendente dal crack, bullismo, omofobia, ricerca di una figura paterna: questi i grandi ostacoli posti di fronte al giovane Chiron.
Tematiche non certamente inesplorate al cinema (inevitabile pensare al caso di "Precious" nel 2009), ma che in qualche modo scardinano una porta già parzialmente aperta da opere precedenti, in una veste del tutto nuova: parlare di omosessualità nella comunità nera, peraltro di quella più povera e svantaggiata, rendendo il tutto asciutto e mai retorico, è un traguardo encomiabile in un'epoca come la nostra dove persistono, coriacei, ancora molti tabù. Nel mondo patinato della serie tv "Empire", ad esempio, l'argomento è affrontato dal punto di vista di ragazzi belli, ricchi e ai vertici della notorietà.
Con abilità Jenkins crea un ritratto potente e visivamente efficace della sofferenza del piccolo Chiron, ma l'opera nella sua interezza mostra ben presto le sue debolezze di fondo.
