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venerdì 13 ottobre 2017

Blade Runner 2049


Usciti dall'intensa visione di "Blade Runner 2049" (140 minuti forse non tutti necessari), la prima cosa che ci sovviene di questo sequel del cult di Ridley Scott è anche il suo punto di forza principale, vale a dire l'abilità di Denis Villeneuve nel realizzare un nuovo capitolo in grado di reggersi sulle proprie gambe senza troppi paragoni inutili con l'originale del 1982.
Ovviamente questa è un'arma a doppio taglio, in quanto gli irriducibili fan della prima ora potranno muovere critiche di ogni sorta al riuscito film del regista canadese (che da 4 anni a questa parte non sembra sbagliare un colpo), ma non è questa la sede per mettere a confronto le due opere. 


Perché oltre a mantenere l'atmosfera del primo "Blade Runner", doverosa ma senza il melenso effetto nostalgia, Villeneuve espande la filosofia dei replicanti ben oltre ciò che potessimo aspettarci (anche se i dubbi erano pochi soprattutto dopo la fantascienza con cervello di "Arrival"), evitando di stravolgerne il senso e creando anzi le basi per un ulteriore racconto che verosimilmente potrebbe essere esplorato senza troppe indignazioni.

mercoledì 4 ottobre 2017

"madre!" e "L'inganno": post femminismo mancato?

Entrambi attualmente nelle sale italiane, "madre!" di Darren Aronofsky e "L'Inganno" di Sofia Coppola potrebbero essere definiti come due film post femministi a tinte horror: sia l'uno che l'altro mettono al centro della scena figure femminili emblematiche che cercano, a fronte dell'invasione del loro spazio sacro, con le dovute differenze di epoca ed età anagrafica, di (ri)affermare la propria posizione svincolandosi dall'egemonia dominante maschile.



Fin qui niente di strano, considerato anche il fatto che uno dei due registi è di sesso femminile, ma ciò che disorienta e per certi versi delude di queste pellicole è il modo in cui viene affrontato il dualismo tra ciò che la donna rappresenta per la società, fondamentalmente una minaccia, e come ella reagisce a questa categorizzazione.
Esulando per un momento dal puro giudizio cinematografico, il vero problema di "madre!" è la totale inerzia, se non passività, della protagonista Jennifer Lawrence (nel ruolo probabilmente più difficile della sua carriera) nei confronti del marito/star Javier Bardem: il suo amore cieco e assoluto alla fine sarà la sua condanna a morte, il suo alienante desiderio di maternità la porterà sull'orlo della pazzia. 
Inutile dire quante e innumerevoli chiavi di lettura ci offra la discussa (a dir poco) opera di Aronofsky, fischiata a Venezia ma apprezzata in patria, che destabilizza e "intrattiene" in maniera sconvolgente il pubblico nella sua allegoria sfrenata, come raramente capita di vedere sul grande schermo. 

giovedì 7 settembre 2017

Dunkirk

Partiamo da un assioma: Christopher Nolan è una garanzia.
Affermazione che farà storcere il naso a tanti, forse, ma sfido a trovare attualmente in circolazione un regista capace di catalizzare l'attenzione di pubblico e critica e, al contempo, di coniugare tecnica registica, intrattenimento e riflessione in ogni sua opera a livelli altrettanto eccellenti.


Perché "Dunkirk", sua ultima fatica a 3 anni di distanza dall'incompreso (e troppo ambizioso?) "Interstellar", è la summa perfetta del suo talento visionario, nonostante la narrazione si discosti palesemente dalle sue opere precedenti. Cimentandosi per la prima volta con un evento storico avvenuto per di più durante la II Guerra Mondiale, Nolan non si adagia "sugli allori" di un genere apparentemente comodo e abusato, ma riesce a reinventarlo e a renderlo affine alla sua cifra stilistica più riconoscibile: la distorsione del tempo.
Fin da "Memento" il regista britannico ci ha abituati alla non linearità delle sue storie a scatole cinesi, nelle quali il tempo è un elemento mai statico che egli riesce a plasmare sapientemente sorprendendo continuamente lo spettatore. 

giovedì 16 febbraio 2017

Hidden Figures (Il Diritto di Contare)

Nel 1961 la cosiddetta "corsa allo spazio" scandì uno dei momenti cruciali della Guerra Fredda tra USA e Unione Sovietica, e le imprese dell'una e dell'altra parte sono state più volte riportate e impresse nella memoria e nei libri di Storia, così come gli eroi che ne furono protagonisti.


Ci furono tuttavia alcuni attori (o nel caso specifico, attrici) fondamentali nel processo che portò gli Stati Uniti alla gloria e al prestigio dell'avventura spaziale, per molto tempo rimasti nell'ombra, sconosciuti alle grandi masse, senza il cui prezioso contributo non si sarebbe nemmeno potuto considerare, di lì a pochi anni, l'arrivo dell'uomo sulla Luna.
In pillole, questo è ciò che racconta "Hidden Figures" (in Italia diventato curiosamente "Il Diritto di Contare"): la storia vera di tre scienziate (Katherine la matematica, Mary l'ingegnere e Dorothy la programmatrice), tra le prime donne afroamericane assunte alla NASA, che vincono il doppio pregiudizio del colore della loro pelle (i fatti si svolgono nello Stato della Virginia, all'epoca ancora segregazionista) e del loro sesso, riuscendo a eccellere nei relativi campi divenendo delle vere e proprie pioniere.
In particolare, Katherine G. Johnson (una Taraj P. Henson in forma smagliante, misurata e intensa), la bambina prodigio che riusciva a risolvere complicatissime equazioni già all'età di 10 anni, fu colei che rese possibile, grazie ai suoi calcoli perfetti, la riuscita della Missione Mercury-Atlas 6, con relativo lancio, orbita intorno alla Terra e ritorno della capsula "Friendship 7" con l'astronauta John Glenn a bordo.

mercoledì 15 febbraio 2017

Fences (Barriere)

Troy Maxson è un uomo di mezza età che vive nei sobborghi di Pittsburgh alla fine degli anni '50, lavora come netturbino e vive con la moglie Rose e il figlio diciassettenne Cory.
La sua vita scorre in modo apparentemente semplice: casa, lavoro, quattro chiacchiere con il suo migliore amico, una bottiglia di gin nel fine settimana per stemperare lo stress, un rapporto ancora passionale con la moglie devota. Ma un terribile segreto ben presto sconvolgerà la sua vita, e sarà costretto a fare i conti con gli errori e il dolore causato ai suoi cari.


Vite di tutti i giorni. Si potrebbe dire persone ordinarie raccontate in modo straordinario: questo realizzava nel 1983 il drammaturgo August Wilson con la sua pièce teatrale "Fences", vincitrice del Premio Pulitzer e del Tony Award
Quella storia oggi è diventata un film diretto da Denzel Washington, che interpreta anche il protagonista, affiancato da Viola Davis. Entrambi gli attori riprendono i ruoli di Troy e Rose che avevano già portato in scena a Broadway nel 2010 in un nuovo allestimento dell'opera con grande successo (vinsero entrambi il Tony nelle rispettive categorie attoriali).

lunedì 13 febbraio 2017

Moonlight

"Moonlight" di Berry Jenkins è il racconto di formazione di un ragazzo omosessuale di colore che vive nella periferia di Miami, suddiviso in tre momenti peculiari della sua vita: infanzia, adolescenza, maturità.
Madre dipendente dal crack, bullismo, omofobia, ricerca di una figura paterna: questi i grandi ostacoli posti di fronte al giovane Chiron




Tematiche non certamente inesplorate al cinema (inevitabile pensare al caso di "Precious" nel 2009), ma che in qualche modo scardinano una porta già parzialmente aperta da opere precedenti, in una veste del tutto nuova: parlare di omosessualità nella comunità nera, peraltro di quella più povera e svantaggiata, rendendo il tutto asciutto e mai retorico, è un traguardo encomiabile in un'epoca come la nostra dove persistono, coriacei, ancora molti tabù. Nel mondo patinato della serie tv "Empire", ad esempio, l'argomento è affrontato dal punto di vista di ragazzi belli, ricchi e ai vertici della notorietà.
Con abilità Jenkins crea un ritratto potente e visivamente efficace della sofferenza del piccolo Chiron, ma l'opera nella sua interezza mostra ben presto le sue debolezze di fondo. 

martedì 7 febbraio 2017

Jackie

Un resoconto atipico dei tre giorni che seguirono l'assassinio del Presidente USA John Fitzgerald Kennedy, ricostruito dalla viva voce della consorte Jacqueline: ci voleva un regista cileno e non allineato come Pablo Larraín, dallo stile asciutto e tagliente, per restituire dignità e veridicità a un momento storico fondamentale e a una figura femminile altrettanto iconica. 


"Jackie" ruota letteralmente intorno alla figura della sua protagonista: la macchina da presa è costantemente su di lei, intercetta qualsiasi emozione senza risparmiare primissimi piani sul suo viso macchiato dal sangue del marito e ricostruisce con precisione chirurgica il fatale momento dello sparo sulla limousine presidenziale di quel maledetto 22 novembre 1963.
Il regista però non indugia mai sul fattore retorico della vicenda, liberando il racconto da inutili sovrastrutture che avrebbero potuto tranquillamente trasformare l'opera in una banale fiction romanzata. Con un taglio d'apertura quasi horror, coadiuvato da una colonna sonora d'effetto, il film si concentra inevitabilmente sulla figura di Jackie e sul suo dolore senza compromessi, privo di orpelli o accomodamenti: la First Lady che si aggira come un fantasma tra le numerose stanze di quella Casa Bianca tanto amata che, indirettamente, adesso la vede come un'ospite indesiderata, non riesce a trovare un senso all'assenza e al vuoto lasciato dal marito.

mercoledì 1 febbraio 2017

La La Land

Una lettera d'amore. Alla Musica. Alla Città dei Sogni. Alla Settima Arte.


Damien Chazelle, classe 1985, confeziona il Musical del Nuovo Millennio, nostalgico al punto giusto (strizzate d'occhio ai grandi classici "Un Americano a Parigi" e "Cantando sotto la pioggia", tra le altre, numerose, citazioni), poetico e leggiadro come un giro di valzer, incalzante e pungente come un assolo di pure jazz
Uno sguardo al passato, imprescindibile, per volgere al futuro, come le varie contaminazioni che subisce, e ha subìto, la sua amata musica jazz che, per rischiare di non morire, deve necessariamente rinnovarsi, senza perdere la sua anima.
Un po' come i protagonisti, Mia e Sebastian (superlativi Emma Stone e Ryan Gosling, in un ruolo a tutto tondo che non li fagocita mai, riuscendo a rendere credibile persino un tip tap interrotto dalla suoneria dell'I-Phone), che mentre si arrovellano tra le strade di Los Angeles cercando di sfondare nei rispettivi ambiti, la recitazione e la musica, si trovano, si amano, si lasciano abbagliare da illusioni di gloria e restano inevitabilmente bruciati, senza però mai perdere quella scintilla, quella passione viscerale che li spinge a coronare i loro granitici sogni di gloria.


Se in "Whiplash" la ricerca della perfezione artistica era vissuta come una sorta di via crucis personale, qui il difficile percorso di auto-realizzazione viene filtrato dall'occhio romantico e profondamente coreografico di una macchina da presa che accarezza, prende per mano lo spettatore e lo immerge dolcemente per un paio d'ore in un mondo parallelo, dove gli automobilisti imbottigliati nel traffico escono dalle loro vetture per improvvisare una danza di gruppo. E, diciamocelo, dove tutti vorremmo vivere.



lunedì 23 gennaio 2017

Silence

Il nuovo ambizioso film di Martin Scorsese, progetto cullato per oltre 25 anni tratto dal romanzo "Silenzio" dello scrittore giapponese Shūsaku Endō, è destinato a dividere il pubblico.
Innanzitutto, ad uno sguardo superficiale, si potrebbe dire che "Silence" sia l'opera di un regista fortemente influenzato dalla fede cristiana (il che è vero) che ha voluto confezionare una sorta di testamento propagandista filo-cattolico. Sbagliatissimo.
Proprio per la sue radici cristiane Scorsese ha potuto realizzare un'opera eccellente che pone la questione della religione sul piano etico e morale, sollevando dubbi e chiedendo a se stesso e al pubblico di riflettere sulla missione gesuita di due sacerdoti nel Giappone del XVII secolo.


Non di facile fruizione, privo di colonna sonora e caratterizzato da scene di lungo respiro, "Silence" è maestoso nel suo concepimento e nella sua realizzazione (la fotografia di Rodrigo Prieto lascia a bocca aperta), ma avrebbe potuto essere ancora più coraggioso nella sua tematica. Preferisce non azzannare al collo l'atavico, e scomodo, elemento dello scontro religioso (in questo caso tra cristianesimo e buddismo), ricorrendo piuttosto ad uno stile poetico e filosofico che riesce però ad addentrarsi sotto la pelle dello spettatore, smuovendo anche (almeno per il sottoscritto) le coscienze dei più fervi miscredenti. Ma l'obiettivo non è quello di "reclutare" anime alla causa cristiana, bensì mostrare quanto il potere della religione, qualunque essa sia, possa essere granitico e impossibile da sradicare, nonostante tentativi di coercizione o abiure ostentate; e, soprattutto, quanto pericolosamente inutile sia far prevalere l'uno o l'altro credo in condizioni estremamente diverse e variegate, quando entrambi potrebbero - e dovrebbero - perpetrare il bene comune. 
In questo senso il protagonista, Padre Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield che regala una grande prova attoriale, matura e misurata) è il simbolo dell'uomo dalla fede incrollabile, che porta avanti la sua missione con lo stesso sacrificio che caratterizzò Gesù Cristo, ma probabilmente è anche colui che cela le maggiori debolezze dell'essere umano, prima fra tutti una radicalizzazione cieca della sua stessa fede. Il che porta inevitabilmente più danni che benefici.
Temi spinosi e attualissimi oggi più che mai, dove la religione è sempre maggiormente utilizzata come arma per soggiogare le masse e giustificare odio e divisioni. Per questo "Silence" è un film profondamente sentito, toccante e senza dubbio necessario, pur con alcune debolezze di fondo (la voce fuori campo del protagonista a tratti è fin troppo didascalica), perché ha come scopo ultimo ciò che il Cinema dovrebbe realizzare più frequentemente: far pensare.

venerdì 20 gennaio 2017

Arrival

Dovendo riassumere in una sola frase il nuovo film di Denis Villeneuve (in concorso all'ultimo Festival di Venezia e in ottima posizione per ottenere diverse nominations agli Oscar) "una parabola moderna sulla comunicazione (o sull'impossibilità di essa)" calzerebbe alla perfezione.



Un'esperta linguista, tale Louise Banks, viene reclutata dall'esercito americano per stabilire un contatto con una specie aliena che ha appena occupato i cieli di 12 diverse zone della Terra con altrettante navicelle a forma di guscio. Il suo compito è, appunto, quello di decifrare il loro linguaggio e, coadiuvata da un fisico teorico, stabilire una comunicazione per capire, prima di tutto, da dove provengano e quali siano le intenzioni dei viaggiatori spaziali.
Lontano anni luce - è il caso di dirlo - da qualsiasi altro film di fantascienza sulle invasioni extraterrestri visto ultimamente, "Arrival" si concentra sul personaggio di Louise (un'intensa Amy Adams che quest'anno non sbaglia un colpo), tormentata da visioni della figlia morta e alla disperata ricerca della soluzione all'enigma/ostacolo comunicativo che alla fine riuscirà a trovare, in un colpo di scena sbalorditivo che ribalta l'intera prospettiva della pellicola. Proprio lei rappresenta il tramite tra le due "coscienze" in grado di sbloccare il gap linguistico, il cui processo analitico viene reso in maniera affascinante (e plausibile, il che non guasta) nonostante i tecnicismi utilizzati. 

venerdì 23 dicembre 2016

Captain Fantastic


Probabilmente il film più bello dell'anno visto finora, "Captain Fantastic" di Matt Ross (sia regista che sceneggiatore) è uno di quei rari casi in cui la semplicità di linguaggio si sposa perfettamente ad un tema altamente spinoso: la scelta di vita tutt'altro che accomodante di un padre vedovo e dei suoi sei figli. Decisione estrema, radicale, di abbandono delle comodità della vita odierna al fine di privilegiare lo spirito rispetto alla materia (e al materialismo), l'intelletto e la conoscenza alla mera rassegnazione di una vita agiata e piena di comfort.
Ma siamo proprio sicuri che lo scollamento dall'opulenza e dal conformismo del XXI secolo non sia altrettanto esecrabile e intrinsecamente poggiato sull'egoismo di una scelta univoca, calata dall'alto su ragazzi inconsapevoli, tanto quanto la detestata religione o il lifestyle americano che rende tutti obesi, ciechi e intolleranti?
Questa è la coraggiosa domanda che si pone il film, e altrettanto coraggioso è il modo di affrontarla: con una delicatezza e una leggerezza spiazzanti, fin dalla prima inquadratura all'ultima, emozionante, chiusura su una famiglia che definire sui generis è un eufemismo.
Con grande intelligenza il regista pone il protagonista (un grandissimo e misurato Viggo Mortensen, candidato al Golden Globe e al SAG Award) e, di riflesso, il pubblico, di fronte al dilemma di esaminare pro e contro di una scelta che per certi versi può apparire ammirevole, non fosse altro per la quantità di nozioni e saperi appresi dai ragazzi (interpretati da un cast di giovanissimi da applausi a scena aperta, la scena sulla Dichiarazione dei diritti vale da sola l'intero film) nonostante non frequentino un regolare percorso di studi, ma che inevitabilmente si dovrà scontrare con il "mondo reale".
Le trappole potevano essere molte, su tutte il ricatto emozionale e la facile condanna di uno o l'altro modo di vivere, ma sono sapientemente evitate; ciò che ci viene restituita è un'opera sentita, lacerante e disperata ma al tempo stesso intrisa di poetica dolcezza, due facce di una stessa medaglia (proprio come il padre Ben, sia brutale che sensibile) in cui alla fine prevale l'unione di una famiglia, diversa ma uguale a tutte le altre, con i suoi drammi, le sue disfunzionalità e soprattutto, come dovrebbe essere, con l'amore che la unisce e la riconcilia col mondo. Esemplificativa e da brividi la scena di "Sweet Child O' Mine" cantata dai ragazzi in cerchio durante la "cremazione" della madre.

lunedì 21 novembre 2016

Animali al Cinema: Fantastici o Notturni?

"Animali Fantastici e Dove Trovarli", nuova creatura partorita dalla miniera d'oro targata J.K. Rowling che riporta il pubblico nell'universo potteriano, e "Animali Notturni", seconda opera da regista di Tom Ford, Gran Premio della Giuria all'ultimo Festival di Venezia.


Due pellicole diversissime per genere, temi ed estetica, entrambe attualmente al cinema in questo autunno finora piuttosto povero di grandi sorprese.
La prima, che renderà felici gli "orfani di Hogwarts", si presenta con un'ottima confezione che spiana la strada agli altri 4 già annunciati sequel. 
Che si sia fan o meno del maghetto occhialuto, il mix di azione e fantasy è godibile, merito di un regista, David Yates (suoi i capitoli 5, 6 e 7 dei film di Harry Potter), ormai a suo agio nel trasporre in immagini le parole della Rowling (qui anche sceneggiatrice), che ci immerge immediatamente nelle atmosfere della New York anni '20, perfettamente ricostruita, epoca di proibizionismo e "caccia alle streghe", disseminata da creature, appunto, fantastiche, e tensioni tra maghi e "babbani" (qui divenuti "no-mag") pronte a esplodere soprattutto dopo che l'oscuro Gellert Grindelwald semina panico e distruzione.
Sfortunatamente i punti deboli del film sono i due protagonisti principali, Eddie Redmayne e Katherine Waterston, rispettivamente Newt Scamander e Tina Goldstein: il primo, magizoologo dall'andatura sbilenca, risulta monocorde e non particolarmente carismatico, pur essendo il centro nevralgico della storia. Poco o niente viene rivelato di lui, probabilmente anche in vista degli episodi successivi, e la chimica con la sua co-protagonista latita. Stesso discorso, o peggio, per la Waterston, incapace di incisività e di rendere affascinante il suo personaggio, sulla carta combattivo e combattuto, che in definitiva risulta scialbo e quasi fastidioso. 
Fortuna per i comprimari, in particolare il no-mag pasticciere Jacob e la sorella di Tina, Queenie, a cui toccano i momenti più divertenti del film. Convincenti anche Colin Farrell, nei panni dell'ambiguo Percival Graves, ed Ezra Miller, abbonato ai ruoli borderline, che interpreta l'inquietante Credance. Eccessivamente diluito in alcune scene, a discapito del ritmo, ma in definitiva promosso e il biglietto per il capitolo successivo nel 2018 è già prenotato.
"Animali Notturni" di Tom Ford, che torna dietro alla macchina da presa dopo una pausa di 7 anni ("A Single Man" era del 2009) è invece un potente thriller a tinte fosche, un noir di ispirazione quasi lynchiana, a partire dalla sequenza d'apertura, ipnotica e grottesca, che poi si capirà essere l'installazione artistica curata dalla protagonista Susan, interpretata da un'ottima Amy Adams
Ford predilige per i suoi interpreti dei profondi primi piani, scruta ogni dettaglio, ruga o espressione con una mano più sicura e convincente rispetto all'opera d'esordio. La sua cifra stilistica è sempre forte (la provenienza dal mondo dell'alta moda si avverte), ma qui viene destrutturata e messa al servizio di una narrazione a più livelli, il cui fulcro è però la vendetta fredda e spietata di uno scrittore per l'ex moglie. Disturbante e invasiva la parte relativa al Texas, che assume un registro più grezzo quasi da pellicola western, lucida e fredda quella riguardante le vicende di New York: in entrambi i piani narrativi si ha la sensazione di un'urgenza di riscatto dei protagonisti, di stravolgimento della propria esistenza, in modi chiaramente divergenti, ma ugualmente brutali.
Meritatissimo il premio al Festival di Venezia, che ha riconosciuto il valore dell'opera di Ford (anche sceneggiatore e produttore) oltre l'elemento voyeuristico fine a se stesso, per essere un esame spietato della società umana. 
Jake Gyllenhall conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere uno tra i migliori attori della sua generazione, e mi chiedo quanto ancora dovrà aspettare per essere riconosciuto dall'Academy, mentre Michael Shannon è nuovamente splendido caratterista, capace di infondere ai suoi personaggi a prima vista monodimensionali una linfa vitale che strappa l'applauso. Eccezionali la fotografia di Seamus McGarvey che dà luce ai due mondi contrapposti restituendo un forte impatto visivo, e le musiche "inquietanti" e accattivanti di Abel Korzeniowski.

mercoledì 26 ottobre 2016

Inferno - Il Film

Premessa fondamentale: chi ha letto il romanzo di Dan Brown prima di vedere il film, partiva sicuramente sull'attenti; chi come me lo ha pure amato, arrivava al cinema a dir poco prevenuto, visti anche i tristi trascorsi - come dimenticare la tremenda trasposizione de "Il Codice da Vinci"?


Squadra che vince (al box office) non si cambia, e quindi ecco nuovamente Ron Howard dietro la macchina da presa e Tom Hanks nei panni del Professor Robert Langdon, esperto di simbologia, stavolta alle prese con nientepopodimeno che Dante e la sua celeberrima opera, sperduto e tramortito in quel di Firenze.
Inutile sottolineare le differenze rispetto all'opera cartacea, perché sono ovviamente molte, soprattutto nel finale, ma concorrono solo in parte alla non completa riuscita di questa pellicola. Che in verità inizia molto bene, con una buona dose di azione e spaesamento del protagonista e, quindi, del pubblico. Vincenti la fotografia e il montaggio serrato, che rendono la cornice di Firenze meno "da cartolina" del previsto, nonostante ogni luogo visitato dai protagonisti sia dettagliatamente trascritto - attendiamoci un'impennata turistica senza precedenti.

martedì 25 ottobre 2016

"Joanne" is the New Gaga

Attesissimo, a lungo annunciato, rinviato, lontano da indiscrezioni e quasi top secret rispetto ai proclami dell'era "ARTPOP" (che in ultima analisi furono controproducenti): era naturale che molta curiosità ci fosse intorno al nuovo album di Lady Gaga che, escludendo il progetto jazz "Cheek to Cheek" insieme a Tony Bennett del 2014, arriva a tre anni di distanza dal suo ultimo disco di inediti.


Già a partire dal singolo di lancio "Perfect Illusion", eravamo sicuri di trovarci di fronte ad una Gaga meno dance/pop e più attenta a chitarre e sonorità rock. L'ulteriore conferma del cambio di rotta ce l'ha data l'ascolto (ormai assiduo) dell'album "Joanne" uscito il 21 ottobre scorso, sul cui titolo la cantante ha già fornito ampie spiegazioni (oltre ad essere il suo secondo nome).
Qualcuno potrà storcere il naso, indignarsi persino per lo sconfinamento in un genere più "country", oppure rimpiangere la Gaga delle hit patinate, ma i veri fan potranno solamente gioire della 'nuova' veste di Miss Germanotta, perché in effetti così inedita proprio non lo è: ricordiamo che prima di "The Fame" e del successo planetario, Gaga era semplicemente Stefani, adolescente italo-americana leggermente sovrappeso che si esibiva nei locali fumosi e underground della Grande Mela con una tastiera e la pila di canzoni scritte di suo pugno cercando disperatamente l'agognata celebrità.
Quindi non ci ha scioccati molto vederla esibirsi nello stesso locale di 15 anni fa, chitarra in mano e cappello da cowboy d'ordinanza, accompagnata da una rock band che potrebbe far invidia a Bruce Springsteen. Alla fine, tolti gli stivali armadillo, gli eccessi e le parrucche, è la stessa Gaga di sempre, solo che stavolta ha scavato molto più a fondo, fino a ritrovare la sua essenza e, grazie al fidato Mark Ronson, produttore di spicco e co-autore di quasi tutti i testi, ha sfornato uno degli album più belli della sua carriera, senza se e senza ma.

mercoledì 1 giugno 2016

Julieta

Sulla Croisette i giornali di tutto il mondo hanno titolato: "Almodóvar torna alle origini con una storia di donne sofferenti". L'accoglienza riservata alla nuova fatica del cineasta spagnolo al recente Festival di Cannes, dove era in concorso, non è stata però delle più calorose.

Dopo la parentesi deludente del demenziale "Gli amanti passeggeri" e del thriller psicologico "La pelle che abito" (a parer mio più che convincente), c'era molta aspettativa per questo film che riuniva i temi cari al regista: il lutto, la perdita e personaggi femminili posti di fronte a sfide insormontabili.
"Julieta" è fondamentalmente un'opera sul delicato e difficile rapporto tra una madre e una figlia, che gioca su continui flashback e ricostruzione a incastro degli eventi, come già succedeva ne "Gli abbracci spezzati".


La vita di una donna in un lasso di tempo di 30 anni, tra segreti e foto strappate, viene riassunta nell'immagine iniziale: un vestito rosso fuoco che "respira", un cuore pulsante di lì a poco impresso sulla pelle del suo amato e lacerato dalle ferite di un incidente mortale.

lunedì 23 maggio 2016

La Bella e la Bestia live-action: Primo Teaser Trailer

Premessa: il cartoon "La Bella e la Bestia" del 1991 è il mio classico Disney preferito. Un pilastro dell'animazione, corredato da una colonna sonora indimenticabile e da personaggi cult.
Il continuo trend della Casa di Topolino nel voler trasporre in versione live-action apparentemente tutti i suoi film animati ("Il libro della giungla" è solo l'ultimo della lunga, e redditizia, lista) mi ha sempre fatto storcere il naso, anche se in alcuni casi, vedi "Cinderella", i risultati sono stati discreti.
Adesso è il turno del passo da gigante: mettere le mani sul classico per eccellenza, uno tra i più amati dai fan, che inevitabilmente si sono divisi.


Gli scettici come me hanno guardato quindi oggi al primo teaser trailer con un misto di timore e (ovvia) curiosità, conditi a tanta speranza. Il sottofondo musicale e la frase "Be Our Guest" non possono che farci emozionare e, a parte la discutibile scelta di Emma Watson nella parte di Belle, il cast è di primo livello: Ewan McGregor nei panni di Lumière, Emma Thompson in quelli di Mrs. Bric, Ian McKellen sarà Tockins e Kevin Kline interpreterà Maurice, solo per citarne alcuni.
Appuntamento dunque al 17 Marzo 2017, data dell'uscita in sala, e vedremo se saranno gioie o dolori.


giovedì 19 maggio 2016

La Pazza Gioia

Dopo la parentesi brianzola del pluripremiato "Il Capitale Umano" (7 David di Donatello tra cui Miglior Film), Paolo Virzì torna a girare nella natia Toscana tratteggiando con l'inconfondibile tocco scanzonato e sensibile il ritratto di due donne, Beatrice e Donatella, lontane anni luce l'una dall'altra per provenienza sociale e storia clinica, rinchiuse in una comunità per malati psichiatrici e del loro "diritto all'euforia", alla felicità.


La fuga delle due pazienti (una strabordante Valeria Bruni Tedeschi e una sofferta Micaela Ramazzotti), novelle Thelma & Louise sotto antidepressivi, innesca una sequela di avvenimenti e situazioni al contempo esilaranti e amare, da sempre cifra stilistica del regista-sceneggiatore (qui la firma è assieme a Francesca Archibugi), che ci accompagnano in punta di piedi all'interno delle loro psicosi, dei loro caratteri amplificati, cercando di dare un senso (senza facili ricatti morali) alle loro azioni, per quanto esecrabili esse siano. 
Qui sta la scelta vincente della pellicola: farci conoscere Beatrice e Donatella in primis come donne, con le loro idiosincrasie, le loro turbe mentali, ovviamente, ma scevre dalle loro sentenze e pene giudiziarie, semplicemente per quello che sono, non per ciò che hanno fatto.
Impariamo così ad amarle senza riserve, evitando nella seconda metà del film di puntare il solito odioso dito.
Virzì ci riesce ancora una volta, con la sua leggerezza poetica, il suo amore per i personaggi femminili "ai margini", per la voglia di vivere (e di Cinema) che pervade ogni suo opera, questa senza esclusione.

giovedì 24 marzo 2016

Bridget Jones's Baby: Trailer Ufficiale

A distanza di 12 anni dal secondo capitolo, la single britannica coi mutandoni della nonna più amata del cinema torna con un nuovo film, in uscita in autunno.
Primo trailer ufficiale per "Bridget Jones's Baby", che ci mostra una Renée Zellweger non più sottoposta ad un folle ingrassamento come le due volte precedenti (anche perché a 46 anni il metabolismo griderà vendetta), ma nel frattempo passata sotto al bisturi del chirurgo plastico!
Con la new entry Patrick Dempsey, al secolo Dott. Stranamore di Grey's Anatomy, a riempire il vuoto lasciato da Hugh Grant nel triangolo con Bridget e Darcy, le aspettative su questo film possono solo essere due: rinfrescante ritorno o boiata pazzesca, visto anche il notevole lasso di tempo intercorso e il rischio di disaffezione da parte del pubblico. 
P.S.: grande gioia per il cameo di Emma Thompson!



venerdì 18 marzo 2016

X-Men Apocalypse: il Trailer Definitivo


Livello di attesa per il nuovo film dei Mutanti dopo questo trailer (qui): +10.000!

(E no, non solo per Fassbender, che non si sa come faccia a diventare più figo ad ogni nuovo film, 'cci sua!!)



martedì 15 marzo 2016

Ma Nuove Idee Mai?

La tendenza va avanti da anni, ma ancora non sono riuscito a digerirla del tutto: a Hollywood le idee latitano (ma va?) e ci si rivolge a formule collaudate per assicurarsi - ma siamo proprio sicuri? - incassi certi al botteghino, oppure per sopperire allo sforzo di dover inventare di sana pianta una trama minimamente originale.

Quest'anno abbiamo già assistito al rifacimento di "Point Break" (sonoro flop), è in prossima uscita il remake di "Ghostbusters" in salsa femminile (che una certa curiosità la ispira, fosse altro per il nuovo receptionist), nelle sale americane a luglio, e pare sia in cantiere il remake/sequel/reboot di "Mary Poppins" (aiuto!) con Emily Blunt nei panni della bambinaia volante.

Oggi nel frattempo sono state pubblicate le prime foto del nuovo "Ben-Hur", il remake del glorioso peplum del 1959 diretto da William Wyler, che vinse 11 Premi Oscar, tra cui Miglior Film, Regia e Attore Protagonista a Charlton Heston; della serie, niente ci intimorisce!


Fonte: USA Today

Fonte: USA Today
Tralasciando l'utilità intrinseca del progetto (così come di "Exodus: Dei e Re" di Ridley Scott che andava a scomodare nientepopodimeno che "I Dieci Comandamenti" di Cecil B. DeMille), queste rischiose operazioni rischiano di tramutare classici intramontabili del cinema in blockbuster usa-e-getta steroidati di effetti speciali per far leva sulle nuove generazioni (in quanto le vecchie si sentiranno oltraggiate e se ne terranno bene a distanza), incapaci di replicare il successo e la portata storica degli originali. Staremo a vedere.

Altra notizia sul fronte remake/sequel: è di poco fa l'annuncio che il temutissimo "Indiana Jones 5" si farà! A confermarlo Steven Spielberg in persona, che tornerà a dirigere Harrison Ford nei panni del celebre archeologo esattamente nel 2019, quindi a 38 anni dal primo capitolo "I predatori dell'Arca perduta".
Facendo un rapido calcolo, all'epoca Ford aveva 39 anni, nel nuovo film ne avrà 77 e, mentre in rete il sarcasmo si spreca, perché evidentemente siamo ai limiti del ridicolo (gli unici reperti che potrà portare alla luce sono i contributi della pensione) vorrei riflettere sul motivo per il quale è accettabile un Indiana Jones di quasi 80 anni, ma ai grandi produttori hollywoodiani non sfiora nemmeno l'idea di propinarci, nell'esatta controparte femminile, un'archeologa avventuriera di "appena" 42 anni (vedi nuovo film di "Tomb Raider" con l'astro in ascesa Daisy Ridley, che sostituisce la Jolie).

Non sarà che per l'androcentrica fabbrica dei sogni la geriatria sia accettabile solo se maschile?